ONAGRO

ONAGRO

La deformazione elastica, per compressione, trazione, flessione o torsione, costituì la risorsa energetica reversibile per antonomasia: quest’ultima tuttavia fu quella che fornì il massimo rendimento e, per conseguenza, fu la più utilizzata nelle macchine da lancio. Non a caso dal verbo torcere derivò la loro generica definizione di tormenta, esplicito riferimento alla torsione delle matasse elastiche che ne garantivano il funzionamento.

Pur essendo unico il criterio informatore delle artiglierie elastiche, quale ne fosse la dimensione, non altrettanto ne fu l’architettura strutturale, soprattutto in quella tramandata da una singolare vicenda storica che potrebbe definirsi  di tipo carsico per l’avvicendarsi nell’arco di sei secoli di laconiche menzioni e prolungate rimozioni: il lancia sassi monobraccio, dal tiro molto parabolico ricordato dai greci come monoancon e dai romani come onagro.

Nessuna sua immagine è presente nelle raffigurazioni moderne; tuttavia le menzioni e le tracce relative non mancano, a partire da Filone di Bisanzio, vissuto tra il 280-220 a.C.  che così lo ricordò nel V libro, 91-10, della sua Sintassi Meccanica:

“Allo stesso scopo, fanno cadere delle grossissime pietre pesanti un talento [palla di pietra di 26 kg,  Φ 25-30 cm]… per mezzo di petroboli e di monoancon.”

Sulle mura settentrionali di Pompei sono presenti numerosi crateri prodotti dall’impatto delle palle delle baliste di Silla durante l’assedio dell’89 a.C., i più grandi dei quali hanno un diametro di circa 140 mm con una penetrazione di circa 120 mm secondo una direttrice normale alle mura.

Dentro la città sono state rinvenute numerose palle di pietra, sempre risalenti al medesimo episodio, ma il loro diametro oscilla fra  i 200-250 mm, di gran lunga eccedente quello dei crateri, cadute per giunta dopo aver scavalcato le mura; prestazione questa precipua del tiro delle monoancon che, per diametro e parabola delle palle, era l’unica macchina d’età classica in grado di battere direttamente l’interno di una città assediata.

Anche Apollodoro di Damasco vissuto tra il 50 ed il 130, a lungo ingegnere militare di Traiano, che scrisse in greco, tra il 101-106, il trattato Poliorketika, L’arte dell’assedio, allude di sfuggita alle monoancon al § 188:

…questi, una volta forati, saranno forniti di boccole e di cinghie di nervi e di un braccio lungo nel mezzo; sono simili ai lancia pietre, che alcuni chiamano ‘onagri’.

Menzione talmente laconica e lacunosa da farne ritenere quasi esaustiva l’esposizione di Ammiano Marcellino, vissuto fra il 330-397 circa, nel suo trattato Le Storie, XXIII, 4, che nella traduzione di Francesco Ambrosoli del 1830, così recitava:

“La forma dello ‘scorpione’ (ora lo chiamano ‘asino selvatico’- onagro) è invece questa. Due assi di legno di quercia oppure di leccio vengono sgrossati con l’ascia e un po’ arrotondati in modo che sembrino sporgere in forma di gobbe: questi due assi vengono congiunti come nelle macchine per segare (su entrambi i lati subiscono perforazioni abbastanza larghe e attraverso questi fori passano funi robuste che collegano gli assi e tengono compatta la macchina in modo non si frantumi).

Dalle funi poste al centro [degli assi] spunta obliquo uno stilo di legno (eretto come un timone di un carro); avvolto nei piccoli nodi formati dalle corde (in modo che sia possibile alzarlo e abbassarlo), alla sua sommità vengono applicati uncini di ferro.

Di fronte a questo stilo di legno [all’estremità della macchina] viene steso un grosso sacco fatto di pelle di capra, pieno di paglia minuta: legato con nodi forti, viene posto su zolle di terra accumulata oppure su mucchi di mattoni: infatti una mole [come è questa macchina], posta sopra un muro fatto di sassi, scompagina tutto ciò che trova sotto di sé, non con il suo peso, ma per i violenti scuotimenti che imprime.

Venuti a battaglia, è immessa nella fionda una pietra rotonda; quattro giovani da ognuno dei due lati girano in senso inverso le sbarre cui sono incorporate le funi [che trattengono lo stilo di legno], piegano lo stilo all’indietro fin quasi alla sua posizione orizzontale e a questo punto il direttore della macchina, posto su un podio, apre la chiavetta che contiene i legami di tutto il meccanismo, percuotendola con un forte colpo di martello: lo stilo viene sciolto da quel colpo assestato veloce e andando a picchiare contro il morbido sacco di pelle di capra, scaglia il sasso che spezzerà tutto ciò in cui s’imbatterà.

Ed è chiamato tormentum perché ogni suo svolgersi avviene per ‘tormenti’ [girate]; e anche ‘scorpione’ perché nella parte alta ha un aculeo eretto; ma gli è stato dato anche il nome di ‘asino selvatico’ in età moderna, perché gli asini selvatici, incalzati dai cacciatori, calciando scagliano sassi alle loro spalle, tanto lontano da trapassare il petto degli inseguitori oppure da ridurne in pezzi le teste frantumandone le ossa.”

Sostanzialmente contemporaneo anche Renato Vegezio Flavio vissuto fra la seconda metà del IV secolo e la prima del V che, nella traduzione di Bono Giamboni del 1815, così scriveva al riguardo (l. IV,  cap. 22):
E l’onagro, cioè mangano, o altro edificio manda le pietre, ma come forte di nervi e come grande, pietre pesanti così gittano… I grandi sassi per gli onagri, cioè per i grandi edifici gittati, non solamente gli uomini, e cavalli magagnano, ma de’ nemici ancora i grandi edifici fiaccano.

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