CHEIROBALLISTRA

CHEIROBALLISTRA

Un’eclissi lunare, descritta da Erone di Alessandria e fatta risalire al marzo del 62 d.C., ha permesso di ascrivere con certezza questa macchina da guerra al I secolo; non ne parla invece Vitruvio, autore posteriore, che descrisse tipi d’artiglieria sostanzialmente differenti, lecito, pertanto, reputare Erone l’ultimo perfezionatore delle baliste e delle catapulte, ideatore e costruttore di una tipologia intermedia, quasi interamente di ferro, che adottava il movimento palintone delle grandi baliste sulle più piccole catapulte, trasformandole così in una sorta di balista manesca, in latino manuballista, cheiroballistra in greco.

Ovviamente non si trattò di una mera modifica materiale, poiché l’ampliamento del settore di rotazione dei bracci, passando per quella innovazione dai tradizionali 50° ai circa 150°, consentì quasi di raddoppiare la gittata utile, portandola a superare i 400 m, e riducendo al contempo gli ingombri ed il peso dell’arma, che divenne perciò realmente campale ed individuale. A voler esemplificare in ambito automobilistico, non si trattò dell’invenzione del motore Diesel, ma della sua miniaturizzazione per l’istallazione su autovetture di piccolissima cilindrata!

Per una fortunata quanto fortuita circostanza fra le opere pervenuteci di Erone vi è anche un breve trattato sulla Cheiroballistra, che si conserva in quattro esemplari in varie biblioteche europee, il più noto dei quali è il Codex Parisinus Inter Supplementa Greca 607, presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, manoscritto che contiene pure, ai fogli 56r e 58v, delle raffigurazioni delle componenti dell’arma.

Si tratta delle prime rappresentazioni in assonometria esplosa, ovvero con la tecnica, sempre per esemplificare, oggi usata per suggerire il montaggio di mobili scomposti. Inoltre, ancora per la prima volta, compaiono indicazioni dimensionali relative a precise unità di misura e non a un arbitrario modulo, il diametro della matassa elastica, come fino allora praticato sistematicamente.

Il testo, in greco ed estremamente dettagliato, si avvia con la costruzione dei due regoli che formano il fusto, le sole componenti in legno dell’arma, il maggiore fisso ed il minore scorrevole su di lui mediante un incastro longitudinale a coda di rondine.

Due gli incavi nel lato inferiore del primo, in corrispondenza delle sue estremità anteriore e posteriore, destinati rispettivamente a rendere complanare il dorso del regolo mobile col piano di rotazione dei bracci, per evitare deleteri strofinii della corda, e ad un bipede ripiegabile, affine a quello dei fucili mitragliatori, non potendosi mantenere a lungo in punteria una arma, certamente individuale, ma pesante una ventina di kg!

La vistosa differenza di larghezza fra i regoli, lascerebbe ipotizzare due cremagliere a denti di sega per l’arresto di sicurezza del mobile, poste lungo i lati del fisso, non trovandosi descritto, né comparendo sui grafici, alcun freno ad arpionismo.

Sempre sul regolo fisso stava applicato, in coda, un elemento detto a luna crescente, quasi certamente un calciolo anatomico da spalla. Tirare con precisione, infatti, con una arma elastica ne richiedeva l’assoluta stabilità, per cui dovendosi azionare la leva di sgancio con la mano destra, occorreva tenerla ferma spingendola con la sinistra contro la spalla.

A bloccare la corda provvedeva un arpione basculante a due rebbi, pressato sul canale di lancio mediante una sbarretta mobile, incastrata sotto la sua coda e sporgente lateralmente al fusto. Ruotandola con la mano si liberava l’arpione che subito si sollevava per la trazione della corda, la quale, liberatasi a sua volta, scagliava il dardo posto sul canale fra i rebbi. In sostanza il tradizionale dispositivo, simile ad una mezza molletta da bucato.

Il congegno, necessariamente robusto, stava fissato al regolo mobile con dei perni passanti che lo attraversavano per il suo intero spessore, mentre un altro perno analogo tratteneva la staffa di ancoraggio della fune di caricamento del verricello.

Il testo passa quindi a precisare la costruzione dei supporti per le matasse, detti kambestria: il termine é un’abbreviazione di capitula campestria, cioè motopropulsore campale, in contrapposizione a quelli più grandi e pesanti, da fortezza. L’approntamento avveniva forgiando preliminarmente quattro piattine di ferro di circa 1.5 cm di spessore, per un paio di larghezza ed una trentina di lunghezza, di cui due sagomate con curvatura centrale.

Una dritta e una sagomata, erano saldate a due spessi dischi vagamente circolari, sempre di ferro, con un grosso foro tondo al centro, formando così una solida gabbia con le bucature perfettamente allineate. Sugli estradossi delle piattine, poi, si saldavano due staffe rettangolari, in alto le minori e in basso le maggiori. In esse andavano ad inserirsi rispettivamente la forcella della barra d’accoppiamento ad arco e le estremità della barra binata di accoppiamento e di fissaggio, del gruppo motore col fusto.

La piattina con la curvatura centrale era collocata verso la parte anteriore dell’arma, dovendo evitare che i bracci, tornando con violenza alla posizione di riposo, per la sua configurazione palintona, vi sbattessero per l’insopprimibile elasticità della corda arciera, danneggiandosi.

Il manoscritto si sofferma sulle prescrizioni per la costruzione dei modioli e dei relativi anelli di raccordo con i campestria, tutti di bronzo. Stando ad Erone, infatti, tra i dischi di ferro dei campestria ed i modioli di bronzo, si dovevano interporre degli appositi anelli, anch’essi di bronzo e cavi su entrambe le facce, in sezione ad H, di modo che al loro interno da un lato alloggiassero i dischi dei campestria, dall’altro i modioli.

A suggerirne la realizzazione in bronzo, l’indispensabile precisione ottenibile soltanto per fusione e successiva alesatura: in pratica dei cuscinetti piani, che avrebbero favorito la rotazione dei modioli al crescere della trazione della matassa, evitandone il grippaggio sulle asperità dei dischi di ferro battuto. Sul collarino dei modioli, inoltre, andava praticato l’alloggiamento per la barretta di ferro sorreggente la matassa elastica.

Il testo continua con la costruzione del kamarion, vocabolo greco dal significato di volta, la barra a forma di giogo che accoppiava superiormente, mediante innesti a forcella e cunei di bloccaggio, i due campestria. Grazie all’ampia apertura consentitagli dalla forma arcuata non decurtava il campo visivo del tiratore: d’inconfondibili elementi del genere, fino ad oggi, ne sono stati ritrovati ed identificati tre, tutti con una perfetta aderenza ai grafici del trattato.

A differenza dei modioli, scomparsi per il recupero del bronzo, le componenti di ferro sono andate distrutte per ossidazione, pertanto i reperti sono incompleti oltrechè rarissimi. Oltre al kamarion a unire i campestria fra loro fissandoli al fusto, provvedeva una doppia barra inferiore, kamakion, vocabolo greco dal significato di asta. La descrizione, che ha ignorato gli incavi dei campestria– peraltro ben evidenti nei grafici- si sofferma, invece, sulla struttura a doppia traversa del kamakion, destinata a infilare le sue opposte estremità nelle due staffe più grandi dei campestria.

In particolare Erone indugia a descrivere le caratteristiche dei distanziatori che giuntano saldamente le traverse, prescrivendo per quello centrale fori di fissaggio quadrangolari e fori rotondi per quelli laterali, definiti tiranti. Un curioso particolare, infine, si coglie nei grafici a carico del kamakion senza, però, alcun riscontro nel testo: sotto ciascuna sbarra appare un archetto, ad essa unito con dei listelli, destinato forse a proteggerne le matasse quando l’arma stava per terra.

La pedante prescrizione testimonia la maestria dell’autore: il distanziatore centrale, infatti, non solo doveva accoppiare le due barre in maniera rigida, mantenendole perfettamente parallele fra loro e con le superfici superiori complanari, ma doveva pure assicurare ai supporti ad esso saldati per l’innesto con il regolo inferiore, un’assoluta perpendicolarità, esiti che solo l’incastro quadrato garantiva. Quanto ai tiranti servivano ad evitare qualsiasi divaricazione fra le barre, per cui bastavano dei piccoli tondini ribattuti in fori rotondi, più facili da eseguire. E’ inoltre interessante osservare che la larghezza del distanziatore centrale accresciuta dello spessore dei due supporti verticali di fissaggio al regolo più lungo corrisponde alla sua larghezza. I risalti dei supporti, perciò, penetravano interamente nel fusto senza provocare alcun intralcio al movimento della slitta. Non si tratta di una mera coincidenza ma di un’ennesima conferma di come anche il più insignificante dettaglio nel dimensionamento dell’arma fosse perfettamente definito.

Ultimi componenti, descritti nel testo, due corpi conici verosimilmente dei rivestimenti in lamiera dei bracci, lunghi circa 20 cm: possibile, pertanto, per gli stessi rotare in verso contrario senza urtarsi al di sotto della barra ad arco, larga circa 42 cm, implicita conferma della connotazione palintona dell’arma. Più complessa, se mai, la spiegazione della loro struttura telescopica, con anima in quadrello di ferro e bloccaggio ad anello forzato. Plausibile attribuirla alla necessità di equiparare i bracci con assoluta precisione in fase di collaudo, dal momento che quando il regolo minore, al termine del caricamento, aveva raggiunto la posizione più arretrata, la corda doveva trovarsi sul prolungamento dei bracci formando una V, con vertice nell’arpione, configurazione ottimale per l’accurata punteria. Quanto al rivestimento in lamiera di ferro, o di bronzo, costituiva la protezione dei bracci di legno fin troppo vulnerabili: di lì a breve anche per le matasse sarebbe stata escogitata una protezione integrale, affrancandole dall’insidia della pioggia.

Per richiedere informazioni CLICCA QUI