CATAPULTA

CATAPULTA

Forse fu un caso, forse qualcosa di più poiché anche ai Romani non sfuggivano le ricorrenze simboliche: di certo esattamente cento anni dopo la disfatta di Teutoburgo, che vide il massacro di tre intere legioni, ed appena un paio di anni dopo il suicidio di Decebalo che, di fatto, sancì la vittoria delle guerre daciche, si progettò il monumento celebrativo più vistoso, della pur sterminata produzione imperiale: la Colonna Traiana.

Ad essere esaltato l’esercito ed il suo capo supremo, in un modo che neppure l’ultimo analfabeta poteva fraintendere: lungo le sue spire si avvicendano 2500 personaggi, ritratti con estremo realismo in una teoria di 150 scene, antesignane fotogrammi inerenti agli episodi salienti della guerra, sfondo ideale per l’enfatizzazione degli aspetti tecnici della campagna. Non a caso il grande volumen è attribuito al genio di Apollodoro di Damasco, per l’aspetto tecnico ed alla scaltrezza dello stesso Traiano, per l’aspetto propagandistico.

Fra quelle tante istantanee ne spiccano una decina che hanno per soggetto un tipo di armamento balistico fino ad allora ignoto, o non divulgato così palesemente, destinato ad avere da quella campagna un ruolo basilare nell’esercito romano. Ad essere esatti sono dei pezzi di artiglieria lanciadardi, propriamente detti all’epoca catapulte, riprodotti in tutti i diversi allestimenti: da fortezza, campale, ippotrainata leggera ed ippotrainata pesante.

Una novità sia dal punto tecnico sia divulgativo che sembra quasi suggerire l’esigenza di ribadire la ritrovata superiorità militare persino nel campo degli armamenti più sofisticati, e più in generale nell’intero comparto delle infrastrutture tattiche. Ponti di circostanza, strade e canali, flotte fluviali e fortificazioni permanenti, sono ostentate a più riprese, con il risultato di dissolvere qualsiasi residua incertezza sulla preminenza del nuovo esercito reso tale anche grazie alla collaborazione dei massimi scienziati dell’epoca, fra i quali in particolare Erone.

La singolarità di quelle artiglierie, la vera nota distintiva con le precedenti, delle quali l’archeologia ci ha restituito i resti dei congegni propulsori, sono i vistosi cilindri di protezione applicati alle loro matasse elastiche. L’adozione sembra, per molti aspetti, la fase conclusiva di un progresso tecnico già ravvisabile oltre mezzo secolo prima, in un reperto del genere ritrovato a Cremona ed appartenuto alla IV Legione Macedonica.

A differenza dei propulsori più antichi in questo compare una protezione frontale posta dinanzi alle due matasse, in modo da ripararle dai frequenti scrosci d’acqua battente, piuttosto che dagli improbabili colpi nemici. Il perché di tale adozione deve ricondursi alla notoria igroscopicità delle matasse nervine, che esposte all’umido e soprattutto alla pioggia perdevano del tutto la loro elasticità privando l’arma della necessaria energia: qualcosa di simile avverrà con le artiglierie a fuoco bagnandosi la polvere pirica!

Anche i pezzi in allestimento ippotrainato sembrano scaturire da una esigenza fino ad allora inevasa, ma da tempo sentita, manifestata chiaramente negli scontri di tipo non convenzionale, leggasi guerriglia, che proprio in quei teatri dell’Europa orientale avevano nei Germani e nei barbari in genere i fautori. Si tratta di catapulte sostanzialmente simili, ma pronte ad entrare in azione in qualsiasi momento, persino durante il trasporto, in modo da fornire così una protezione balistica alle colonne in marcia.

In un fotogramma almeno, infatti, si scorgono due legionari intenti a porre in punteria una catapulta, mentre i muli la stanno trainando confermandoci la correttezza della conclusione. Al riguardo va precisato che l’efficacia della loro azione risulta amplificata notevolmente dall’effetto terrifico che producevano: vedersi cadere a fianco il commilitone con la corazza trapassata da parte a parte e nel più assoluto silenzio, eccedeva la fierezza dei barbari.

Quanto alla duplicità degli allestimenti ippotrainati si deve ravvisare nei più pesanti una soluzione che univa al pezzo una stiva per le munizioni, dardi e forse ricambi, per un’intera sezione forse di tre o quattro catapulte mobili, antesignana batteria volante.

Tanta vistosa eloquenza, tanta abbondanza di immagini non può ascriversi ad una improvvisa inversione di tendenza: nei tre secoli precedenti non ne abbiamo neppure una soltanto, ma deve essere come del resto l’intera Colonna funzionale a un preciso disegno. In breve, perché sulla Colonna si volle ribadire in tutti gli allestimenti, l’esistenza di una artiglieria insensibile alla pioggia, e non si fornì alcun’ altra raffigurazione circa le baliste, che di sicuro ebbero occasione di entrare in azione durante i diversi assedi della lunga campagna?

Artiglierie anche quelle e magari altrettanto potenziate e migliorate, ma non per questo reputate congrue all’iconografia del monumento. Perché se ne fornì non solo la raffigurazione in allestimento ippotrainato ma la si volle raffigurare in azione? Artiglierie in pratica capaci di tirare sempre, sotto il diluvio o in movimento: una chiara e ribadita risposta, ma a quale domanda rimasta verosimilmente a lungo inevasa? E la ricorrenza centenaria potrebbe suggerirla.

Tutte le fonti militari romane ci tramandano i grandi rischi connessi con le fasi di trasferimento di eserciti legionari, crescenti col crescere dell’organico: manovra sempre considerata critica e delicata, specialmente quando effettuata in territorio nemico, in zone morfologiche scarsamente conosciute e, soprattutto, quando esasperate da barriere naturali non aggirabili.

Non a caso l’agguato delle Forche Caudine del 321 a.C. dominò sempre l’immaginario collettivo romano tanto quanto la disfatta di Teutoburgo, tant’è che ancora sotto Antonino Pio, da Arriano fu dedicato alla manovra un trattato intitolato, Disposizione di marcia e ordine di battaglia contro gli Alani. Sappiamo che nel 57 a.C. in trasferimento analogo Giulio Cesare collocò la cavalleria e gli arcieri e i frombolieri ausiliari in testa alla colonna, con l’ovvia funzione di utilizzarne le armi a lunga gittata e il veloce movimento per tenere a debita distanza un eventuale nemico, dando così alle legioni il tempo per assumere lo schieramento di combattimento.

La stessa disposizione fu adottata anche in Samaria da Tito, che pose le forze ausiliarie in testa alla colonna, seguite dai genieri per l’ottimizzazione della pista e quindi dal grosso delle legioni. L’intervento dei genieri deve relazionarsi alla necessità di preparare la pista, che in fase tattica non fu mai una strada propriamente detta, eliminando ceppaie e grosse pietre e magari consolidando il fondo per il transito dei carriaggi.

Due esempi distanti tra loro circa un secolo ed a cavallo di Teutoburgo, sono una ragione sufficiente per presumere che anche Varo non si discostò da tale dispositivo, quale che fosse la sua competenza militare, ma qualcosa mutò la marcia in ecatombe.

Lo sfilamento di tre legioni, la XVII, la XVIII e la XIX, al completo delle relative salmerie, armamenti e dotazioni, nonché di alcuni reparti ausiliari e forse addirittura di numerosi civili, donne e bambini, al seguito, per un totale non lontano dalle 30.000 unità, avviato il giorno 9 settembre, anche immaginandolo su sei file, origina un serpentone di circa una trentina di km, d’improba gestione in condizioni normali.

Per farsene una pallida idea, basti pensare che soltanto i carri destinati al trasporto delle tende di una sola legione erano almeno una cinquantina, e ad essi dovevano aggiungersi quelli delle salmerie, di numero maggiore, essendo necessarie per una decina di giorni di autonomia circa 800 q di grano, 50 di foraggio oltre ancora a vari generi alimentari. Ma vi erano altri carri ancora per le attrezzature, per gli armamenti collettivi, per le dotazioni, che fanno immaginare un totale per legione intorno ai 150 carri, non a caso definiti impedimenta.

Nelle catapulte i cerchioni di ferro, sono relativamente stretti e se nella buona stagione riescono a girare sul terreno sodo, nella cattiva affondano penosamente nel fango, obbligando uomini ed animali a fatiche erculee continue per avanzamenti penosamente lenti; inoltre il loro grande numero peggiora enormemente il fondo della pista. Ed il 9 settembre d.C. con l’avanzare del lunghissimo convoglio nella foresta, stretto fra una formazione montuosa a destra ed una palude a sinistra, iniziò a scatenarsi una pioggia torrenziale, non rara in quei paraggi in quella stagione, peggiore per le conseguenze dello stesso agguato di Arminio.

La terra a mala pena disboscata, impregnata d’acqua cedeva sotto le ruote dei carri, inceppandoli; il boato continuo dei tuoni, la semioscurità del bosco accresciuta dalle nere e basse nuvole e dalla pioggia battente, impediva di scorgere e di percepire qualsiasi rumore, o silenzio, sospetto. A quel punto iniziarono gli attacchi dei Germani, con urla bestiali che andavano a sommarsi ai nitriti dei cavalli e alle urla dei civili atterriti, sotto un incessante diluvio che faceva scivolare fra le mani le armi.

In testa, gli arcieri e i frombolieri, si videro gli archi e le fionde ammollarsi per la pioggia divenendo subito inutili, privando così la colonna della difesa a distanza. Per la medesima ragione l’artiglieria leggera, con le matasse inzuppate d’acqua finì subito di funzionare facendo venir meno oltre alla difesa balistica anche la deterrenza imposta dal loro tiro. Ma il peggio fu che gli scudi, realizzati con tre strati sovrapposti di legname e pelle, una sorta di compensato, iniziarono a scollarsi, privando così i legionari pure della difesa ravvicinata, lasciandoli inermi dinanzi ad un nemico sfuggente.

Con i carri inchiodati nel fango, le armi inutilizzabili, l’oscurità crescente la scena divenne il prodromo dell’inferno: il peggior nemico dopo la pioggia e le tenebre divenne la dimensione stessa della colonna, un lunghissimo serpente attaccato in più punti che vanamente si torceva incapace di imbastire per mancanza di spazio una coordinata reazione. Nella notte, si tentò di allestire il classico campo di tappa, e qualcosa in effetti dovette essere fatto nonostante tutto, magari usando anche i carri come protezione aggiuntiva, sul modello che sarà poi impiegato dagli Ussiti, ma senza le artiglierie che ne sancivano il rispetto era un misero recinto di fango!

E col mattino la situazione si ripropose in tutta la sua terrificante gravità, mentre la pioggia implacabile continua a cadere torrenziale. I carri, inadatti ad avanzare vennero bruciati, e si tentò di adottare un minimo ordine di battaglia, mentre nel frattempo le orde germaniche si ingrossavano continuamente attraendo torme di alleati.

Pietoso il tentativo di fortificarsi, e conseguente lo scoraggiamento alla vista della strage e degli orrori connessi: molti legionari, infatti, vennero catturati e torturati prima di essere uccisi, terrorizzando con le loro agghiaccianti urla, protrattesi per l’intera notte seguente, i commilitoni. All’indomani quanti ancora capaci di farlo tentarono di aprirsi un varco, di guadagnare l’uscita dalla foresta: molti finirono annegati nelle paludi, molti massacrati dai Germani, molti si suicidarono per sottrarsi ad una fine terribile, e tra essi anche Varo; soltanto pochissimi scamparono al massacro.

Le legioni non vennero più ricostituite, ne fu ritenuto infausto il numero, che si legò ad una credenza scaramantica che ancora permane. Quanto alle armi se ne ricercò una netta diversificazione per renderle idonee al particolare clima: e Traiano volle forse notificare sulla Colonna il successo di quel lungo impegno.

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